ArteRaku.it - #Community - La comunità attraverso lo sguardo di artisti contemporanei

#Community

La comunità attraverso lo sguardo di artisti contemporanei  dal 05/03/2016 al 05/06/2016

CAMeC. Centro Arte Moderna e Contemporanea della Spezia Piazza Cesare Battisti,1 La Spezia (SP)


#Community La Spezia – In corso fino al 5 giugno il nuovo progetto di CAMeC Piano Zero lo spazio inclusivo e partecipativo del Centro dedicato ai giovani, alle ultime tendenze contemporanee e allo scambio con la città.
Prosegue la linea curatoriale incentrata sulle comunità artistiche, questa volta con una riflessione proprio sui temi della #Community, molto spesso più virtuale che reale, e la condizione dell'individuo contemporaneo all'interno di una società 'fluida'.

Infatti l’ultimo anno di programmazione si è contraddistinto per la riflessione innescata dal Forum cultura – promosso dall’Assessorato alla cultura del Comune della Spezia – che ha dato l’impulso a una apertura dialettica con il panorama culturale cittadino.




Dopo Mettiamoci la faccia. Artisti della città al museo – in cui si è dato l’avvio alla mappatura degli studi artistici presenti in città – #Community prosegue questa impostazione e segna l’inizio di una politica di ‘scambio’ tra due forti comunità artistiche locali: quella presente sul territorio cittadino e quella della vicina Carrara. Se #Community è ospitata alla Spezia, Mettiamoci la faccia sarà a Carrara nel più ampio spirito di sinergia e condivisioni culturali.


Comunità è una parola in crisi.

Da un lato le relazioni che si animano nelle community dei social network e che facilitano la parola non mediata dal corpo, che agevolano le prese di posizioni più radicali o i moti di romanticismo dall'empatia di plastica; dall'altro il progressivo isolarsi delle persone, costrette a passare dalla spinta competitiva dell'individualismo rampante alla decadenza della solitudine.
Migliaia di contatti singoli che nel magma della rete diventano comunità di pensieri, necessità di riconoscersi sotto qualche bandiera, semplice voglia di appartenere ad un gruppo, con la leggerezza di poter parlare, prima ancora che confrontarsi.
Poi le comunità reali: quelle di chi sconnesso dalla rete, prova ad occupare ancora le piazze e le strade di qualche quartiere, senza percepirne più il profumo di storia o semplicemente il senso di appartenenza.
Spazi urbani che ospitano identità silenziose; luoghi che hanno perso la funzione di raccogliere le voci, i pensieri, il gusto e la fatica del confronto.
Identità, quindi, che cercano un rifugio e che, a volte, lo trovano nei processi fluttuanti della rete.

Un gruppo di artisti, diversi per provenienza e poetica, si interroga su questo, cercando di tradurre con i linguaggi dell'arte contemporanea le riflessioni sull'idea di comunità.
Un percorso filtrato dalle singole intimità per diventare respiro unico; per comporre una piazza di voci e pensieri materiali, un luogo ideale nel quale riconoscersi e nel quale sentirsi comunità.
Una mostra che attraverso le singole cifre artistiche, diventa un'unica istallazione nella quale perdersi o ritrovarsi, come in un luogo qualsiasi.

La famiglia contemporanea congelata nelle contraddizioni del suo tempo, si affaccia su brandelli di paesaggio urbano, certificandone la decadente perdita di identità.
Le solitudini delle strade, di sguardi e occhi che non si incrociano, esaltano l'assenza; come i muri che raccontano storie o volti vuoti nel vuoto.
L'assenza di empatia e la mancanza di storie che si intrecciano, la non condivisione che crea amara solitudine.
Una mostra che racconta intimità singole che non si fanno e non si sentono gruppo o che si adagiano nella nassa contemporanea di speranze annullate; come i volti 'in negativo' che raccontano storie doppie e che scavano in profondità, oltre la percezione visiva di una realtà che ci appare ma non ci appartiene.
E la sacralità si fa oggetto di culto laico, trasformando i luoghi comuni in non-luoghi di non-pensiero.
L'azione che diventa stereotipo e la riflessione che si fa meccanica e inanimata ripetizione, fino a sgretolarsi delle sue poderose certezze.
Anche le emozioni, quindi, hanno bisogno di attesa; la musica che le accompagna, e sempre le accompagnerà, cerca, e quindi trova, la sua necessaria intimità.
Una pausa di felice evasione da sé, seduti sulle poltrone del sogno, godendoci finalmente l'attimo.


Quella che ne viene fuori è una comunità in negativo, esistente più per la sua assenza che per una reale presenza: Cristina Balsotti indaga il tema della sospensione; Carolina Barbieri il futuro delle nuove generazioni; Simone Conti l’identità, spesso doppia; Lorenzo Devoti le relazioni in un non luogo; Sabina Feroci l’incomunicabilità; Lorena Huertas le chiusure/aperture attraverso una porta ‘simbolo’; Stefano Lanzardo la famiglia contemporanea; Roberta Montaruli la desolazione della città inabitata; Enrica Pizzicori i momenti di intimo conforto; Francesco Siani la comunità tra inclusione e crudeltà; Stefano Siani l’esistenza; Zino (Luigi Franchi) la società.

Contestualmente prosegue anche Social Wall, special project del Piano O, muro che anziché dividere crea osmosi e scambio con la città, spazio creativo che via via affronta un diverso tema progettuale. In questa circostanza gli artisti di #Community gli danno vita creando – proprio nel percorso di mostra che rappresenta la piazza – una “Fermata CAMeC” dell’autobus con tanto di panchina per attenderlo, le linee gialle di delimitazione e una schiera di manifesti di fronte. Quest’ultimi sono – con una modalità inconsueta – pezzi unici d’artista 70x100 cm, realizzazioni site specific degli artisti che hanno risposto alla domanda “Che prodotto serve alla comunità”? Ne sono nate le più disparate esigenze: reali, intime, utopiche, materiali o immateriali per un’opera collettiva di grande effetto.
I 'manifesti pubblicitari' alla fermata dell'autobus, diventano icona contemporanea di un linguaggio che è già passato e di prodotti inutilmente necessari; l'attesa sulla panchina apre alla riflessione non tanto sul tempo che passa bensì sulla nostra incapacità a goderci quell'attimo di sana immobilità, fisica e di pensiero.
Lo sguardo rivolto ai manifesti ci distoglie dall' 'altro' che ci circonda e ci immerge in una dimensione onirica di sorriso e stupore; ci invita a trovare la giusta predisposizione per aprirci poi alla mostra.



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