JASON MARTIN
Vertex
dal 04/03/2026 al 23/05/2026
Galleria Christian Stein Corso Monforte 23 Milano (MI)

La Galleria Christian Stein inaugura il suo sessantesimo anno di attività (1966-2026) presentando Vertex, la seconda personale in galleria di Jason Martin (Jersey, Gran Bretagna, 1970), artista visivo che vive e lavora tra Londra e l’Alentejo portoghese.
Il progetto espositivo ruota attorno a un nucleo di sei imponenti opere pittoriche a olio su alluminio caratterizzate da vibranti trame cromatiche, appositamente realizzate per l'occasione. A queste si aggiungono due opere a tecnica mista, su alluminio e su velluto, dalle superfici quasi scultoree. L’estetica di Martin si distingue per una palette di colori intensi e di straordinaria luminosità, in perfetta armonia con la luce degli spazi della galleria affacciata sul parco di Palazzo Cicogna. I dipinti si rivelano fortemente suggestivi non solo per le loro inconfondibili cromie, ma anche per i titoli, che evocano una dimensione mitologica o spirituale - Alethia, Tantra, Virgo - e riprendono la sfera cosmologica a cui rimanda il titolo della mostra, Vertex.
Il viaggio continua
di Sergio Risaliti
Avevamo visitato la prima mostra personale di Jason Martin alla Galleria Christian Stein nel 2023. Adesso l’artista britannico torna in Corso Monforte per una presentazione delle sue nuove opere e provo due sentimenti diversi. Il primo ha a che fare con il nostro bisogno di conferma, il secondo con il piacere della sorpresa e della meraviglia. Mi spiego. Tutti lo sappiamo da tempo: in arte pretendiamo di riconoscere una certa coerenza. Abbiamo necessità di individuare il modo di lavorare di un artista, la sua tecnica, i suoi principi estetici, quello che un tempo si chiamava stile. In altre parole quella strategia con cui quell’artista si va affermando nel mondo, la sua propria e inconfondibile personalità, qualcosa di originale che lo rende singolare. Lo stile, inutile negarlo, assegna un posto speciale nel teatro dell’arte, un posto non cedibile ad altri. E Jason Martin ci rassicura. La sua evoluzione creativa segue un “cursus” lineare, avanza in un solco rettilineo, come di un filone aureo che non si perde in troppe deviazioni o repentini cambiamenti di direzione, ma ha deciso di insistere e resistere su quella strada perché il percorso intrapreso, difeso con tenacia e fedeltà non è terminato. È questo atto di volontà a convincerci del valore di una proposta artistica. Questa insistenza stilistica ci persuade poi su un altro dato. Su una sorta di predestinazione, cioè di una coerenza in atto fin dal principio, o per estensione, ancor prima dell’inizio. In un mondo in cui poche cose durano, quando pure gli affetti e gli amori si mettono da parte velocemente per provare nuove emozioni, ecco che questa caparbia dedizione - la fedeltà gestita con rinnovata passione - ci dice qualcosa in più su cosa sia l’arte, sulla forza morale dell’artista. Ma non solo. È una chiave di accesso al senso più intimo e profondo di quella pratica che non cede alle mode, alle pressioni del mercato, che non tentenna e non tradisce le aspettative. L’occasionale si appella al duraturo, e così siamo più propensi a scommettere su quella carriera artistica. Le opere di Jason Martin hanno queste qualità e sono questi valori a renderle a dir poco significative, se non necessarie. Una sua opera si riconosce velocemente anche nel mare confuso di una fiera d’arte, quando veniamo bombardati da una miriade di proposte artistiche, estremamente confondibili, alcune ridotte a oggetti di design, a semplici abbellimenti, corredi per salotti di alta borghesia. I suoi dipinti, anche quelli che oggi ci sono presentati nell’elegante e luminosa sala della Galleria Stein, rispondono con generosità e fermezza a questo mio desiderio di coerenza.
Ma lo sappiamo. In ogni forma di fedeltà, quando persiste un fondamento di passione, quando cioè le conseguenze del primo fatale incontro non si esauriscono, ecco che accade sempre qualcosa di originale. Le sorprese possono essere ancora molte, si può ancora affondare, insistere sulle potenzialità inespresse. Jason Martin lo sa, ne è convinto e si lascia sorprendere ad ogni nuova opera da quel tesoro di potenzialità. Ogni volta è come un nuovo inizio. Il primo a sorprendersi di quanto possa riservare la miniera è proprio lui. C’è molto del mistero dell’amore nell’atto creativo del pittore. Quella inesauribile facoltà di mantenere vive e feconde le promesse del primo incontro, di sorprendere e alimentare inespresse potenzialità. Che la pittura di Martin sia un atto di amore lo si intende dalla fotografia con la quale si è annunciata la nuova mostra. L’artista in piedi davanti all’opera, leggermente voltato, la mano tesa a sfiorare la superficie del dipinto. Come un tenersi per mano tra due amanti, in questo caso di lungo corso. Ma c’è dell’altro. Quella mano, protesa verso il dipinto, mi sembra una mano che sfiora il vello di un animale o la massa verdeggiante di un campo. Una storia di amore per la natura misteriosa della pittura. Di quella forma di vita nata dall’incontro dell’artista con la materia, il colore, la luce intrinseca, le forme geometriche inerenti la struttura fondamentale del creato, in cui materia-luce-tempo-spazio sono un tutt’uno e si generano e rigenerano come onde del mare.
Ecco cosa accade davanti a un nuovo ciclo di opere di Jason Martin. Non si è solo rassicurati sulla unicità del suo stile. Si provano altre sensazioni che, lungi dal contraddirlo, aggiungono valore al suo lavoro, non sottraggono, non indeboliscono la sua opera, quel modo di ripetersi con sorprendenti variazioni al canone. La sensazione di cui parlo, o meglio, emozione, dipende da quel senso di meraviglia che scatena ogni sua opera. Un misto di piacere e meraviglia che suscitano le forme generate dalla materia, dalle vibrazioni in superficie, dal gioco di densità e luminescenza variabile. Se dovessi azzardare un paragone farei il nome di Bach e delle sue variazioni. Ascoltandole vi parrà di riconoscere una matrice comune in tutte le arie e al tempo stesso un proliferare di melodie e tonalità, caratteri sempre differenti.
Nel passato gli artisti generalmente dimostravano la loro coerenza stilistica all’interno di una geografia mutevole di commissioni, ognuna delle quali richiedeva uno sforzo immaginativo rispetto all’iconografia imposta. Quando osserviamo un'opera del Cinquecento o Seicento, in mancanza di documenti, ci affidiamo ai caratteri formali ricorrenti e non veniamo distratti dal tema, a meno che questo non rientri in una serie. Si pensi alle tante e diverse Maddalene di Caravaggio o alle Giuditte di Artemisia Gentileschi. Gran parte degli artisti moderni è rimasta orfana delle committenze e dei repertori iconografici. E le variazioni si moltiplicano all’interno di un linguaggio organizzato secondo regole di fondo stabilite a priori dall’artista. Nel caso degli astrattisti la cosa è ancora più evidente. I dipinti di Mondrian, per esempio, sono regolari e quasi identici: righe orizzontali e verticali, scacchiere, riquadri e poco altro. A mutare sono solo i rapporti cromatici e i loro pesi formali. Ci sono grandi maestri che hanno fatto dell’eclettismo e dell’incoerenza la loro forza. Primo tra tutti, ovviamente, Picasso. Ce ne sono altri, invece, che non si sono scostati mai dal loro filone aureo, dal loro stile. Uno di questi è giustappunto Mondrian.
Torniamo allora alle opere di Jason Martin. Ancora oggi i suoi dipinti sono realizzati stendendo copiosi spessori di pasta pittorica per lo più monocroma. Le superfici, però, sono rese vibranti da incisioni o solchi, che generano fluidi paesaggi e stratificazioni di spessori materici informi, coagulati in punti diversi. Immaginate un campo di grano maturo. In ogni momento della giornata quel campo di grano cambia forma e cromie per via del vento che spazzola la superficie fatta di spighe. Mutano anche l’intensità del colore, il gioco sottile delle ombre, del chiaro e dello scuro, del lucido e dell’opaco. Ogni opera di Jason Martin si prende gioco della nostra percezione allo stesso modo. Vive di cambiamenti in superficie che non sembrano mai definitivi. C’è della vita in quella materia. Ogni lavoro è una nuova scoperta, la prova concreta che la vena aurea non si è mai esaurita e che nel suo caso esistono ancora molte strade da esplorare. La spinta maggiore a procrastinare la fine di un percorso, o di un ciclo, deriva dalla sua insoddisfatta ricerca di qualcosa di ancor più inedito e differente dalle precedenti prove, mantenendosi all’interno di un canone fondativo. Anche in questa nuova mostra prevale l’inesauribile desiderio di estendere gli orizzonti del linguaggio pittorico astratto, rischiando di oltrepassare ogni precedente conquista, accettando la possibilità di fallire e di cadere, pur di sorprenderci con imprevedibili e convincenti variazioni pittoriche.
Continuiamo a guardare. Visto da lontano ogni suo dipinto appare come una superficie lucida o vellutata, solcata da striature o increspature più o meno sottili. L’impressione è che siano solo effetti di superficie. Avvicinandosi all’opera, invece, scopriamo che quel tessuto è spesso, che la materia di cui è fatta l’immagine pittorica è di un evidente spessore. La materia è così spessa e condensata da rendere i suoi dipinti molto simili a delle sculture. Per essere corretti dovremmo parlare di altorilievi. Il colore oltrepassa il margine del dipinto, sembra destinato a scivolare verso terra. Si ha la sensazione che tutta la superficie si possa ancora movimentare e mutare di aspetto. Non riusciamo a fissare una forma definitiva, anche quando l’immagine sembra reggersi su di una struttura geometrica sottostante. Lo spessore non è mai piatto, tirato a lucido come una superficie inerte e opaca, la superficie non è mai levigata, e benché le sue opere siano di fatto astratte, non è possibile chiudere la partita in questi termini. C’è sempre qualcosa che disturba la compostezza, la levigatezza e l’uniformità, qualcosa che scombina le tattiche rigide e rassicuranti del puro formalismo. Come se la natura della pittura fosse il regno dell’indomabile e le sue creature si ribellassero con la loro preponderante energia ad ogni schematismo razionale, ad ogni gabbia concettuale. Perché si tratta piuttosto di superfici informi strutturate su basi geometriche, decisamente agitate, mosse, persino ondeggianti e in molti casi il dipinto appare come un tessuto cardato o un appezzamento di terra rivoltata da una forza o da una corrente più profonda e più intensa proveniente da sotto e da fuori. L’interdipendenza tra azione e materia genera un’immagine di tipo non figurativo, che si esprime attraverso un linguaggio informe, in una eloquente stratificazione di gesti preordinati e di casualità, di controllo e spontaneità. Un’immagine che risulta compiuta e allo stesso tempo dinamica, quasi in via di evolversi e trasformarsi. Il dipinto è sempre la prova che il divenire possa sconfiggere la stasi e che la pratica artistica sia sempre una garanzia di libertà rispetto a una realtà costrittiva e ripetitiva.
Aggiungo ancora un dato. In questi ultimi dipinti, Martin ha assegnato a ogni opera un titolo che nasce dall’inesauribile fonte della mitologia classica e dal vocabolario spirituale: Alethia, Tantra, Virgo, Centauri - e riprendono la sfera cosmologica a cui rimanda il titolo della mostra, Vertex. Come a indicarci un diverso orizzonte a cui guardare, su cui spostare l’immaginazione. Quelle forme, quella luce, quel mutevole, cangiante modo di essere e di apparire trascendono la dimensione terrena. O meglio, trascendono la sfera autoreferenziale del vocabolario minimale e dell’analisi astratta. Nel mondo di oggi c’è necessità di uscire da noi stessi e dal tetro universo del sociale, con le sue angosce e limitate aspirazioni. Quei titoli risuonano di un sapere che ha cercato vie alternative al positivismo per sentire e vivere realtà superiori, meno effimere, più durature. La materialità della pittura non è la cosa in sé, è sostanza spirituale. Un po’ come la nostra carne, la nostra corporeità. C’è molto dell’umanesimo rinascimentale in questa concezione della pittura.
Dei segni e delle pieghe, delle linee e dei filamenti di diversa misura o direzione, danno vita in molti casi a immagini ricche di temperamento e personalità che si distinguono da quelle più fredde e inespressive di un certo linguaggio astratto o minimale. Il cuore, la corporeità, quel misto di pulsione e istinto, giocano un ruolo decisivo in questo senso: «Nei miei lavori il colore è essenzialmente struttura e non decorazione, la materia diventa viscerale, erotica, sperimentale», sostiene Martin. Un dato importante per la corretta interpretazione di questi dipinti è sapere inoltre che Jason Martin perturba le sue campiture monocromatiche con veri e propri rituali performativi ponendosi davanti ai supporti in alluminio appesi alle pareti. A volte va persino di corsa, si proietta verso l’opera, l’accarezza e le scivola sopra, riducendo al massimo la distanza tra il proprio corpo, il proprio inconscio e la superficie del dipinto. La materia pittorica viene trasformata in superficie, con gesti che modificano la pelle del quadro e creano una serie di configurazioni geometriche che tendono a loro volta a cambiare la natura dell’opera in qualcosa di simile a un oggetto scultoreo o un organismo naturale. E il dono più grande che ci fanno il caso e la ripetizione sono ancora una volta queste opere che, insieme a quelle precedenti, dimostrano la validità di una ricerca continua che è stata portata avanti con caparbietà per estendere un vocabolario personalizzato negli anni. E questo, credetemi, non è poco.